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Il fumetto "Direzione Psicologia"
Episodio 44

Il pianto del bambino, una bussola che ci guida.

 

“Mamma, papà, nonni… mi annoio, sono stufo di stare nella culla! Anzi, ho anche caldo, le temperature si stanno alzando e voi mi avete coperto troppo. Non so come dirvelo…

Aspetta! Ma certo! Se piango forse voi riuscite a capirmi. Ueeee! Ueeee! No, no, fermo, non ho fame. Vi sto dicendo che voglio essere preso in braccio, voglio giocare, voglio uscire. Forse se grido più forte mi capite.

UEEEE! Ecco sì, ora mi avete capito. Adesso sì che sto bene, vedo il vostro sorriso, posso ridere con voi e non ho più caldo.”

Nei primi mesi di vita, per un bambino, risulta spontaneo piangere. È lo strumento migliore, quasi l’unico, che ha per comunicare con chi lo circonda quando la parola ancora non fa parte di lui. Un pianto che può rappresentare dolore, paura, rabbia… è una bussola che il bambino fornisce ai genitori per la sua sopravvivenza. Li guida a comprendere i suoi bisogni, le sue esigenze e i suoi disagi: la fame, il sonno, il caldo, la noia… oppure semplicemente la voglia di ricevere attenzioni, conforto e non stare soli.

Avrà fame? Sonno? Sentirà freddo? Si è spaventato? Ci capiterà spesso di non comprendere subito quello di cui ha bisogno, a volte non lo sa neanche lui! Ci facciamo sopraffare dalla paura di non sapere come gestire queste grida che ci martellano. La prima reazione, alcune volte, è il panico: ci spaventiamo e allarmiamo di fronte al bambino che piange disperato. Vederlo soffrire ci fa provare un vuoto nello stomaco. E così, in questi momenti, interveniamo subito e cerchiamo un modo per togliergli qualsiasi sofferenza. Ma questa non sempre è la strada giusta! Alcune volte il bambino ha bisogno di entrare in contatto ed essere travolto da emozioni scomode, dolorose e che spaventano. Fin dai primi mesi viene a contatto con la sofferenza: le coliche, il sentirsi solo, la fame, il sonno… Il genitore in questi casi è importante che agisca facendo sentire il bambino protetto, compreso e al sicuro. Appoggiarlo al proprio petto dandogli conforto, allattarlo, cullarlo oppure giocare con lui. In questo modo il bambino sentirà che il genitore cammina al suo fianco, tenendogli la mano, quando l’onda li travolge.

Sintonizzarsi con il suo pianto risulta così essere fondamentale per comprendere cosa ci vuole comunicare. Ma cosa vuol dire sintonizzarsi? Proprio come quando riusciamo ad ascoltare la stazione radio che volevamo sentire, così possiamo regolare la nostra “manopola” emotiva per sentire l’emozione che il bambino esprime e, di conseguenza, il bisogno che ne è alla base. Imparando a conoscere, con il tempo, le sue urla per dare una risposta adeguata alle sue richieste di aiuto. Una parola, una carezza, una coccola, dei vocalizzi… ci fanno sintonizzare con il suo linguaggio, per trovare insieme una soluzione al suo bisogno. Il bambino sentirà questa connessione (esperimenti hanno dimostrato quanto il nostro cervello risponda e sia stimolato anche solo dal cambiamento delle espressioni del volto degli adulti) e sentirà di essere capito. Un bambino che sente che il mondo gli risponde e non gli è indifferente sarà, più probabilmente, un bambino che capirà che ha valore e così, anche di fronte agli ostacoli della vita, sentirà di non essere solo ad affrontarli. È così che potrà imparare a riconoscere le proprie emozioni, gestire la frustrazione di fronte alle difficoltà e acquisire strumenti o risorse che, anche in età adulta, li aiuteranno ad affrontare le burrasche della vita. Dal pianto nasce uno sguardo, dallo sguardo la calma e dalla calma una base sicura su cui possono maturare le radici della persona che si sarà in futuro.

Approfondimenti

  • Daniel W. Winnicott (2005). Il bambino, la famiglia e il mondo esterno
  • Ainsworth M.D., Bell S.M. (1974) “Mother-infant interaction and development of competence”, Academic Press, N.Y.
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