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Il fumetto "Direzione Psicologia"
Episodio 24

E se sbaglio? Conoscere l’ansia da prestazione.

 

Elisa: Ma buongiorno, che faccia che hai? Dormito male?

Davide: Ma che dormito male… non ho proprio dormito

Elisa: Ma non sarai mica agitato per la partita?

Davide: Eh si, lo sai che mi succede sempre prima di giocare. Questa volta gioco con un fenomeno e non posso sbagliare… ci sarà un sacco di gente

Ogni giorno ci troviamo di fronte a numerose sfide: l’esame universitario, la consegna che ci ha richiesto il capo al lavoro, l’obiettivo sportivo; sono tutti momenti in cui la nostra prestazione, le nostre conoscenze, competenze e abilità sono messi sotto valutazione e in cui il risultato che si ottiene conta. Questo ci spinge ad essere in un costante assetto prestazionale e ciò crea in noi un certo livello di pressione, che può essere di aiuto o anche di impedimento, aumentando in noi la paura del giudizio negativo, del fallimento, della perdita di valore agli occhi degli altri.

Questa condizione rischia di bloccarci e “affondarci”, come se provassimo a nuotare con due enormi rocce attaccate ai piedi. Ciò è quello che viene definito come ansia da prestazione ed è un possibile modo di vivere la pressione. La mente si riempie di pensieri capaci di generare impotenza e paura che poi influenzano in negativo la nostra performance: “ho paura di sbagliare”, “l’avversario è più forte di me”, “il professore è severo”. Non dobbiamo incolparci di pensare queste cose in quanto è parte dell’essere umano il voler essere valorizzato e essere visto positivamente dalle altre persone. Inoltre, la tensione la si può sentire anche a livello corporeo con la testa pesante, le gambe rigide oppure cominciando a sudare, agitandosi o facendo fatica a dormire. (Per approfondimenti sul tema dell’ansia ti consigliamo di leggere l’episodio 4, “Che ansia!”, della nostra rubrica).

Ma quindi come possiamo far sì che queste rocce da ancore diventino appigli su cui costruire il nostro successo?

Sicuramente capire da cosa dipende la nostra ansia è un primo passaggio fondamentale: è determinata dal nostro carattere? Dalle nostre esperienze passate? Che supporto abbiamo ricevuto e riceviamo da genitori, familiari e amici quando affrontiamo una sfida?

Riuscire a trovare delle risposte permette di potersi guardare e ascoltare, sia a livello corporeo che emotivo. Se impariamo a comprenderle e farle nostre, ansia e agitazione ci possono aiutare a concentrarci su quelle cose che sappiamo di poter controllare consapevoli che, modificando leggermente le parole cantate da De Gregori, non bisogna aver paura di sbagliare un tiro libero perché non è da questi particolari che si giudica un giocatore.

E tu come vivi i momenti di competizione? Senti di riuscire a dare il massimo di te?

Approfondimenti

  • Francesco De Gregori, “La leva calcistica della classe ‘68”. 1982
  • Giada Billi, “L’ansia da performance e stress nell’attività sportiva”. 2020, Youcanprint
  • Martinenco, A. Bobbio, E. Marino, “Competitive State Anxiety”. 2012, Bollettino di psicologia applicata
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