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La separazione è un evento che travolge e stravolge. Ogni storia è unica, ogni reazione è diversa, così come lo sono i modi con cui viene gestita. Può essere un elastico che si spezza, un fulmine a ciel sereno, oppure un giorno di pioggia dopo un lungo periodo di siccità. In alcune famiglie parlarne è più facile, in altre meno. E quando il conflitto è il protagonista, cosa accade nei cuori e nelle menti di chi è coinvolto?
“Sono mesi che litighiamo, ormai che ci tiene insieme è solo l’inerzia di andare avanti. Litighiamo tutti i giorni… stasera avrà sicuramente sentito le nostre urla… ho paura che lo faremo soffrire…”
Un genitore potrebbe aver paura di aver fallito, di non essere riuscito a portare avanti la famiglia. Oppure potrebbe sentirsi in colpa, etichettando (o venendo etichettato) come causa. Per i genitori, quindi, non è facile: sono loro i primi ad essere in una situazione di sofferenza e per questo potrebbero non riuscire a dare il supporto che vorrebbero o non sapere come gestire le cose. A volte, infatti, quando il dolore è troppo forte ci immobilizza, e sotto la pioggia potrebbe servirci l’aiuto di qualcuno per tenere alto l’ombrello sulle teste di chi amiamo.
Nascono da queste difficoltà, a volte, i passi falsi e le titubanze.
“Come lo diremo ai bambini?” “Cosa penseranno che così, da un momento all’altro, mamma e papà non abiteranno più insieme?”. Da genitore si potrebbe aver paura di provocare un dolore insopportabile per un figlio, soprattutto se piccolo, e decidere di non dire niente: “Facciamo finta che tutto vada bene finché non avremo preso una decisione definitiva. È piccolo, non si accorgerà”.
Oppure, quando le liti sono il pane di tutti i giorni, un genitore potrebbe sentire di star dando un sollievo, pensando che se loro due si lasceranno nessuno sarà più costretto a subire le urla, i pianti.
“Sento le loro voci alte e arrabbiate venire dall’altra stanza. Urlano così forte che non riesco nemmeno a distinguere le parole. Ho paura di sapere cosa succederà…”
Per un figlio, tutto si fa traballante, incerto. Infatti, a dividersi, non sono solo mamma e papà, ma è come se un’enorme esplosione rompesse la famiglia in mille pezzi, spargendoli di qua e di là. Come se all’improvviso ci si trovasse sbalzati fuori dalla propria storia, dalla propria idea di famiglia come si era vissuta fino a quel momento. Un figlio potrà sentirsi solo, incompreso, pesante o debole. Oppure ad accompagnarlo potrebbero essere la vergogna e la rabbia nell’ammettere agli amici che i propri genitori non stanno più insieme. Sensazioni mai provate prima che hanno però qualcosa di incredibilmente forte in comune: il dolore che portano con sé.
Un figlio, in queste situazioni, è spesso uno spettatore silenzioso, inerme, in bilico, sospeso tra la speranza che tutto si calmi e la certezza che ciò non avverrà mai, convinto, a volte, che la responsabilità di ciò che è accaduto sia sua: “Prima che venissimo a stare a casa della nonna mi hanno detto che avevo fatto arrabbiare, forse è mia la colpa di tutto questo?”.
In una famiglia, quando nessuno dice niente, per paura, per dolore, ognuno finisce per convincersi della sua interpretazione. Si chiude in se stesso, quasi come se recitasse una parte. La separazione infatti, può far sentire lontani gli uni dagli altri senza che lo si voglia o, al contrario, intenzionalmente, con l’idea che sia meglio così per tutti. Se non si parla allora nessuno soffre davvero. E allora non se ne parla.
Ma la sfida è invertire la rotta, passando attraverso la tempesta, tenendo però in considerazione i mezzi e le capacità di ognuno. È così allora che è possibile riconoscere che tutti hanno diritto di essere consapevoli di ciò che sta accadendo, sentendosi così visti e considerati. Rispettando anche chi vuole rimandare questa consapevolezza a quando sarà più grande, o semplicemente, a quando si sentirà pronto.
È possibile rendere dicibile l’indicibile, anche quando fa male. Ognuno con i propri modi e tempi, magari cercando dei punti di riferimento che ci facciano sentire accolti e compresi, come un fratello, un amico, un familiare o uno psicologo.
E così, forse, il dolore potrà cambiare la sua forma: da ferita a feritoia, una fessura da cui guardare nuovi orizzonti.
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